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Autopsia a Ponterotto.

Autopsia a Ponterotto. - P a o l o    B a r s a n t i

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo racconto è stato premiato al Premio letterario Nazionale Giovane Holden edizione 2018 e al Premio Letterario Internazionale Marchesato di Ceva. 

 

 

Autopsia a Ponterotto.

 

 

“Questa non ci voleva proprio!”

Il vice brigadiere Girolamo Lopulo era arrabbiatissimo.

Una volta, la prima e unica volta che restava solo al comando della caserma di Ponterotto, ci scappava il morto ammazzato. Incredibile! A memoria d’uomo non vi era stato un delitto nel paese da almeno cento anni, persino durante la seconda guerra mondiale, il posto era stato evitato dai partigiani e quindi di nessun interesse per le brigate nere e i tedeschi.

Era un venerdì con il cielo tanto scuro che quasi non si vedeva la pioggia cadere a catini.

Lopulo la pioggia la sentiva, infatti, era tutto bagnato come se fosse caduto vestito nel fiume, la divisa invernale era diventata una coperta zuppa d’acqua, che avrebbe impiegato almeno tre giorni ad asciugare.

    “ Accidenti! Accidenti e accidenti!”

 Si ripeteva mentalmente con le scarpe di ordinanza immerse nel fango.

 “Girolamo non è un investigatore, ma un semplice vice brigadiere in forza a questa piccola caserma e con la responsabilità di due colleghi e di un territorio troppo vasto.”

Lopulo Girolamo amava pensare, di se stesso, in terza persona chiamandosi per nome, un vizio, o un vezzo, che aveva ereditato da sua nonna, Girolama, donna simpatica ma molto stravagante.

La caserma di Ponterotto serviva quattro paesi distanti tra loro più di dieci chilometri, il comandante di stazione, maresciallo Tambone Tazio, era andato al matrimonio della figlia che si sposava al paese in Sicilia, il suo secondo, brigadiere Martino Mario, aveva accompagnato la moglie, poveretta, che doveva fare analisi indaginose per il brutto male che aveva dentro.

Lui, Lopulo, era l’unico graduato presente e quindi responsabile della stazione, per questo era stato chiamato d’urgenza nel campo di Pinuccio Sacco dove, a dire del contadino, era sbucato un cadavere di donna, capelli lunghi, gonna, collant, il viso immerso nel fango e con un buco nella schiena tanto grosso che ci poteva passare una pallina da Pingpong.

Già, oltre all’Arma, Girolamo aveva una sola passione: giocare a Pingpong.

“Adesso, con questo impiccio, chissà quando Girolamo potrà giocare.”

Pensava il brigadiere, vice, preoccupato dalla partita che aveva programmato per la sera, con il farmacista che si considerava un vero asso del “Tennis da tavolo”, come lo chiamava lui che era dottore.

Decise di lasciare il carabiniere semplice, Gaetano Gaeta, a presidiare il posto, con preciso ordine di non allontanarsi nemmeno di un metro, salì rapido sulla campagnola blu per tornare in caserma e telefonare al comando di zona, voleva sbolognare la patata bollente ai suoi superiori.

“Giusto così! Loro hanno studiato, sono marescialli se non addirittura ufficiali e gestiranno la morta come si deve. Non toccava certo a lui, vice brigadiere, investigare su un probabile assassino.”

Girolamo era sempre più arrabbiato, mentre l’auto arrancava scivolando nelle stradine piene di fango, inoltre gocciolava acqua dal tettuccio di tela che il maresciallo non aveva voluto fare riparare.

 “ Non chiederò nulla, tantomeno soldi, al comando in momenti così difficili. ” Era la solita frase che Tambone declamava tutte le volte che non aveva voglia di fare una cosa.

Arrivato in ufficio, il vice brigadiere, telefonò al comando per riferire a un superiore.

La sua voce, rotta dall’emozione e distorta dal dialetto, incontrò quella del maresciallo Pinuccolo.

-          Vice brigadiere! Non si capisce nulla!  Si calmi e ripeta tutto dall’inizio.

Tuonò nella cornetta il Pinuccolo che non conosceva Lopulo, ma comprese subito che non aveva a che fare con un tipo molto sveglio. In qualche modo Girolamo raccontò il fatto, insistendo sulla richiesta d’intervento di un superiore per gestire la cosa che si presentava complicata. Il maresciallo rispose che non poteva lasciare la caserma e raggiungerlo a Ponterotto. Non vi erano elementi sufficienti per giustificare il viaggio che oltretutto si presentava difficoltoso a causa del maltempo che imperversava in zona. Doveva operare da solo, nel migliore dei modi, per poi mettere tutto nelle mani del suo diretto superiore, quando rientrato dalla Sicilia.

-          Anche se la ricostruzione dell’accaduto è poco chiara, ammettiamo che il morto ci sia, per prima cosa chiami il medico condotto, che faccia un rilevamento sul posto e poi far trasferire la salma in un luogo fresco e asciutto, meglio… si faccia consigliare dal dottore.  Dopo, tramite documento, in mancanza di questo o di altri indizi come i vestiti o qualcuno che la conosceva, cerchi di scoprire l’identità della morta.  Ha capito i miei ordini?

-          Signorsì. Vado subito.

“Facile per lui comandare, adesso tocca al povero Girolamo disturbare il dottor Veroni, quello non è un tipo facile. Si arrabbia subito, a quest’ora, starà facendo sicuramente ambulatorio, con il cavolo che mi seguirà.”

 

Ovviamente il medico, impegnato con pazienti che presentavano, quasi tutti, i sintomi di malattie causate dal freddo o dalla vecchiaia, mandò al diavolo il povero Girolamo. Il dottore non aveva certo voglia di uscire, sotto quella pioggia, per seguire il Lopulo in un campo chissà dove. Il brigadiere ferito nell’orgoglio e forte dell’ordine che aveva ricevuto, non mollò la presa. 

-          Dottore lei è facente le funzioni di medico legale e la sua presenza è indispensabile per certificare la morte della povera donna uccisa.

Alla parola “uccisa” il dottore cambiò espressione, omicidio significava una probabile autopsia.

Da sempre, Luca Veroni, sognava di eseguire un’autopsia, aveva persino frequentato, dopo la laurea, un anno di specializzazione in medicina legale, corso che aveva dovuto abbandonare, su pressione della madre che, tramite solide amicizie, gli aveva procurato una condotta in un importante località di villeggiatura.

Il medico, una volta raggiunta la condotta, scoprì che in realtà non era un’amena zona turistica ma un posto anonimo e lontano da tutto, ma a quel punto fece buon viso. Il dottore era un poco vanesio e quando comprese che nel paese, nel quale aveva intravisto giovani e belle donne, i notabili più importanti erano il sindaco, il maresciallo dei carabinieri e il medico condotto, prese gusto alla nuova sistemazione, si fece piacere il posto e il lavoro. Una volta, anni addietro, era andato vicino a un’autopsia quando Antonio, il sacrestano, stava soffocando. Lui, impegnato fuori paese, non era potuto intervenire prontamente.

Al suo arrivo il poveretto sembrava già morto, il viso gonfio, la lingua fuori, ma poi, quasi per miracolo disse il parroco, un conato, un colpo di tosse e il chicco d’uva che ostruiva la trachea saltò fuori e con lui sparì anche la possibilità di fare un’autopsia, che il Veroni aveva già preventivato per chiarire il motivo della morte.

Il medico piantò in asso i pazienti, che numerosi affollavano il corridoio dell’ambulatorio e infilatosi  gli stivali, una cerata e un cappello a larga tesa, seguì Girolamo.

La campagnola sembrava non farcela contro quella pioggia violenta e infinita, le quattro ruote motrici faticavano per avere la meglio di quei tornanti ripidi e fangosi. Il medico cercava di accendersi l’ennesimo mezzo toscano ma la pioggia, che s’infiltrava dal tetto dell’auto, dispettosa, spegneva uno dopo l’altro gli zolfanelli del medico.

-          Chi è la morta?

-          Questo è quello che il maresciallo mi ha detto di scoprire e cercherò di farlo… se posso.

-          Il maresciallo è già tornato dalla Sicilia?

-          No! Un altro maresciallo, uno del comando di zona.

-          Perché coinvolgere il comando … così poi si prendono loro l’indagine. Un peccato perdersi un evento così raro per il nostro paese. Lasci perdere Lopulo, lei indaghi e poi riferirà a Tambone al suo rientro.

Il medico voleva che la cosa non passasse ad altri che potevano disporre in modo diverso per l’autopsia.

 

Appena girato il corpo e ripulito il viso, il medico sentenziò che la morta non era una morta, ma un morto vestito da donna, il dubbio lo aveva avuto anche il carabiniere Gaeta che aveva visto spuntare qualcosa d’inatteso sotto la gonna che indossava il cadavere.

Sconsolato il brigadiere, vice, si sentiva sempre più vittima degli eventi.

“Accidenti! Accidenti! Non solo un delitto ma roba da degenerati… roba di sesso e magari chissà cosa ancora. Povero Girolamo come farà adesso?”

Mentre il medico esaminava il corpo, continuava a cadere una pioggia fortissima tanto che nemmeno i due ombrelli tesi a riparare la morta, cioè il morto e il dottore, riuscivano a mitigare quel fiume che cadeva diritto dal cielo.

-          Un colpo, un solo colpo, in pieno petto, probabilmente sparato da un fucile di grosso calibro, però presenta altre ferite che possono aver concorso al decesso. Appena potrò fare l’autopsia, sarò più preciso.

Lopulo udendo quelle parole sbiancò in volto.

“Autopsia? Allora si doveva avvisare anche il tribunale, occorrevano permessi, carte e contro carte. Povero Girolamo… addio al pingpong. Forse doveva avvisare il farmacista che la partita è da rimandare a data da precisare.”

-          Brigadiere… io questo l’ho già visto!

La voce femminile arrivava dalle spalle del vice ed era quella di Giuseppa Chiusa, moglie di Pinuccio Sacco, che era venuta a vedere il fattaccio. Una pettegola delle peggiori del paese, curiosa e cattiva, ma al Lopulo sembrò la voce dell’arcangelo Gabriele, che veniva in suo aiuto.

-          Chi è? Chi era il morto?

-          Beppe, quello che guidava il camioncino che, una volta il mese, viene su in paese al mercato a vedere biancheria da donna.

-          Ora, che lo vedo meglio, è vero! Lo riconosco anch’io.

Quasi gridò il Gaeta che reggeva l’ombrello e tremava, ma non dalla tensione per il fattaccio o dal freddo ma perché gli scappava da pisciare, da almeno tre ore e non aveva ancora trovato il coraggio di allontanarsi dalla scena del crimine.

-          Benissimo Brigadiere, come vede, è già riuscito a sbrogliare il primo nodo, adesso sono certo che, con le mie indicazioni mediche e la sua mente brillante, potrà mettere a posto tutti i tasselli che compongono questo mistero.

Il medico premeva perché Girolamo non passasse l’indagine al comando, in modo che l’autopsia, che oramai era inevitabile, restasse di sua competenza.

“Parla bene lui… adesso Girolamo ha il nome del morto ma il cognome? Come si può fare?”

Gaetano si avvicinò con discrezione al Lopulo e disse:

-          Brigadiere mi posso allontanare solo un momento? Ho una necessità assolutamente impellentissima!

Lopulo guardò storto il sottoposto, scosse la testa in segno di negazione e ordinò di aiutare il dottore e Pinuccio a mettere il cadavere nel vano posteriore della campagnola.

Una volta saliti, sul mezzo dell’arma, il medico tirò fuori dalla giacca zolfanelli e sigari, mentre Girolamo che era alla guida esclamò:

-          So bene io… chi possiede un fucile di grosso calibro.

Dal sedile posteriore rispose Gaetano.

-          Orso! Sì Orso possiede un fucile di grosso calibro, è un violento e poi …

-          Hai ragione Gaeta! Proprio l’Orso e poi frequenta sempre il mercato.

Il medico armeggiava con gli zolfanelli cercando di ripararsi dall’acqua che sempre più copiosa cadeva dal tettuccio.

-          Chi è quest’Orso?

-          Polacchi Luigi, di anni trenta, celibe, contadino, in realtà sfaccendato e dicono depravato.

Precisa Gaetano, mentre la pioggia s’infittisce e iniziano a brillare nel cielo dei lampi.

-          Omosessuale?

Chiese il medico e Gaetano, timidamente, rispose.

-          Dottore non so se è omo … omosale ma molti dicono che non gli piacciono le donne.

La campagnola, grazie alla lunga discesa che portava al ponte, procedeva spedita e forse aveva preso troppa velocità.

-          Brigadiere! Brigadiere ma quello laggiù, che attraversa il ponte in bicicletta, non è proprio il Polacchi?

-          Sì è lui, almeno mi sembra con questa pioggia non si vede bene .

Poi, un dei tanti fulmini, illuminò a giorno il ponte e fu chiaro che si trattava proprio dell’Orso.

Il medico sempre intento ad accendersi il mezzo toscano esultò.

-          Bravo brigadiere! Lupus in Fabula.

-          No! Non Lupo … Orso anche se sempre di bestia feroce si tratta.

Rispose Lopulo, che preso dalla foga, accelerò per raggiungere il sospetto.

Il medico finalmente riuscì ad accendersi il sigaro, perché il tettuccio sembrava non perdere più, ma fu solo l’attimo prima della fine, la tela si lacerò e una secchiata di acqua gelida colpì Girolamo in faccia.

Il vice brigadiere perse il controllo del mezzo che sbandò paurosamente finendo nel fosso al lato della strada. Nella disgrazia, quasi una fortuna perché, ancora pochi metri e la campagnola, con i suoi trasportati, avrebbe imboccato il ponte che, sotto l’impeto del torrente trasformato in un fiume di fango e detriti, era crollato proprio un attimo prima.  Un minuto dopo che Polacchi era riuscito a passare in salvo sull’altra sponda.  L’impatto spalancò il portellone posteriore, che chiudeva male a  causa della serratura rotta da qualche tempo, che il maresciallo Tambone Tazio non aveva fatto riparare per: “Non chiedere i soldi al comando in momenti così difficili .”

Il cadavere, sotto gli occhi increduli dei tre, scivolò inesorabilmente fuori e poi ancora giù per la viscida scarpata lambita dalle onde.

Un attimo e il morto scomparve tra i flutti che velocissimi correvano verso valle.

Tutti scesero dal mezzo doloranti ma illesi, il medico guardando il ponte crollato esclamò:

-          Adesso capisco perché il nome di Ponterotto ... nel nome il destino.

Il brigadiere guardò di là dal ponte l’Orso che oramai era lontano.

-          Destino? No! Sfortuna, non destino dottore, questa è vera sfortuna quasi lo avevamo preso.

-          Oramai è tutto inutile! Troveranno il cadavere alla piccola chiusa di Pianogelato.

Sentenziò il medico che si era visto sfuggire dalle mani l’autopsia tanto desiderata!

-          Sarò messo sotto processo per perdita di cadavere, era la prova del delitto!

-          Che cosa dice brigadiere è stato un incidente, causato da questa pioggia maledetta e poi ha ben due testimoni. Vero Gaeta?... Gaeta!  Dov’è il carabiniere?

Gaetano si era allontanato per andare a evacuare, dietro gli alberi sul greto del torrente, ma non era ancora abbastanza lontano da non poter rispondere al medico e al Brigadiere che lo chiamavano. 

-          Comandi!

-          Dove andavi? Urlò arrabbiato Girolamo.

A fronte del mutismo del Gaeta, il medico si sentì in dovere di difendere il compagno di sventura.

-          Volevi forse cercare una via per scendere a fiume e recuperare il cadavere?

Gaetano non rispondeva ma le sue gambe s’intrecciavano e tremavano e questo, per il dottore, era una conferma.

-          Bravo! Solerte e intraprendente … ma incosciente! Non è possibile… sarebbe un suicidio e poi quello più di così non può morire.

Lopulo guardò meravigliato il carabiniere che, sempre più oppresso dalla vescica stracolma, saltellava.

-          No! Gaeta… non fare imprudenze, la colpa è solo mia … ho perso la prova … la prova del delitto.

-          Se per questo, anch’io come medico, non faccio una gran bella figura a essermi perso il paziente… si insomma quello lì.

-          E’ stato un incidente.

Con un filo di voce sussurrò Gaetano, mentre sentì che oramai non aveva più freno allo stimolo.

 Si mise a correre, per liberarsi finalmente dal bisogno, mentre, gli altri due, lo inseguivano urlando disperati, sotto la pioggia sempre più forte e fredda.

-          Fermati ragazzo! Fermati è pericoloso!

-          Gaeta non fare pazzie! Fermati! Fermati è un ordine!

Lui sordo alle grida sparì tra gli alberi mentre l’ennesimo fulmine illuminò il cielo.

Un tuono fortissimo e il rumore di legna squarciata. Seguì un gran botto, un grosso ramo precipitò a terra colpendo al capo il Gaeta, che ancora armeggiava con i bottoni della patta dei pantaloni.  

Il corpo senza vita cadde a terra e scivolò verso il torrente che, sempre più grosso, erodeva la terra di contenimento prendendo con sè anche il povero Gaetano che sparì, anche lui, tra i flutti.

Il brigadiere, vice, si sentì cadere il mondo addosso.

 “Girolamo sei sotto processo per perdita di cadavere, perdita di prove di un delitto, morte di carabiniere affidato alla tua responsabilità, danneggiamento di camionetta di servizio e chissà quali altri reati militari e civili.”

Sconsolato il medico guardava il torrente che ribolliva di schiuma e fango.

-          Incredibile… povero giovane speriamo sia morto sul colpo… troveranno anche lui alla piccola chiusa di Pianogelato.

Lopulo incurante della pioggia che gli lavava la faccia e forse nascondeva le lacrime, guardò il medico pensando:

 “Chissà sè nel carcere militare si può giocare a pingpong .”

Mentre il medico bisbigliò:

-          Chissà sé, una volta recuperati i cadaveri, si potranno sottoporre ancora ad autopsia. Sarebbe la prima autopsia a Ponterotto, fantastico… addirittura una duplice autopsia.

Lopulo, immobile e muto, guardava nel vuoto.

-          Brigadiere cosa facciamo?

Il milite si scosse dal torpore, fece il saluto militare, per onorare il compagno scomparso, poi con voce tremante rispose al dottore.

-          Per tornare in paese abbiamo una sola possibilità, il sentiero che porta al vecchio ponte.

-          E’ una pazzia! La stradina costeggia il torrente, probabilmente, in parte è già crollata.

-          Devo tornare al più presto ho già troppi guai, devo arrestare Polacchi Luigi, inoltre ci manca che il maresciallo, del comando, pensi che io non voglia riferire, prontamente, quanto scoperto.

-          Via brigadiere… sapere che la morta era un uomo e si chiamava Beppe, forse ucciso da un Orso per motivi di lite a sfondo sessuale, non è così urgente. Inoltre il paese è isolato e dove potrebbe scappare Polacchi?

-          Per sentieri di montagna può andare lontano, molto lontano. No! Non voglio farmi sfuggire il colpevole. Vado!

Sconsolato il medico lo seguì, cercando inutilmente di accendersi un mezzo toscano, coprendosi la faccia con il cappello che grondava pioggia.

 

 

 

 

Alla piccola chiusa di Pianogelato, dopo alcuni giorni, furono trovati i cadaveri di cinque persone: il carabiniere Gaetano Gaeta, il contadino Pinuccio Sacco e la di lui moglie Giuseppa Chiusa in Sacco, il Brigadiere Girolamo Lopulo e il dottor Luca Veroni. Gli ultimi due scivolati a fiume lungo il periglioso tentativo di ritornare in paese. I coniugi, invece, spazzati via dalla furia del torrente mentre tornavano con la loro auto, caduti giù nelle acque perché non avevano visto che il ponte era crollato, intenti a chiedersi perché, il brigadiere Lopulo, aveva abbandonato la campagnola nel fosso al bordo della strada.

 

Il maresciallo Tambone, al suo rientro stese il verbale sull’accaduto:

 

Il vice brigadiere Lopulo Girolamo era stato chiamato telefonicamente dal contadino Pinuccio Sacco perché a suo dire, in un campo di proprietà  dello stesso, vi era il cadavere di una donna. Prontamente il vice brigadiere Lopulo Girolamo e il carabiniere Gaeta Gaetano, incuranti della forte pioggia che interessava la zona, si misero in azione. Spinti dal più alto senso del dovere e da indubbia iniziativa, passarono prima a prendere il medico condotto, dottor Veroni Luca, che, nel caso si trattasse veramente di efferato delitto, avrebbe provveduto all’esame del cadavere e redigere il certificato di morte. Il dottor Veroni Luca, incurante del tempo avverso, mosso da impeto altruistico e animato dal giuramento di Ippocrate immediatamente si rese disponibile a seguire i due militi. Purtroppo e probabilmente, non si trattava di cadavere, mancando il corpo del reato, i tre decisero di rientrare in paese, incuranti della pioggia che da lì a poco avrebbe reso impraticabile la strada. Lo improvviso crollo del ponte colse di sorpresa il vice brigadiere Lopulo Girolamo che era alla guida dell’ottimo mezzo dell’arma. Sorpresa che non impedì al vice brigadiere Lopulo Girolamo, di compiere manovra spericolata, ma risolutiva, per non cadere nel fiume. I tre, sempre più compresi nel loro senso del dovere, decisero di raggiungere al più presto il paese per portare aiuto alla popolazione che, oramai, si trovava isolata dal resto della nazione. Il loro tentativo, eroico, li portava a scivolare nelle acque impetuose e a essere rapidamente travolti dai flutti. Stessa fine avevano fatto i coniugi Pinuccio Sacco e Giuseppa Chiusa in Sacco, caduti con la loro auto dal ponte, nonostante il vice brigadiere Lopulo Girolamo avesse Lasciato l’auto di servizio bene in vista per avvisare del pericolo che rappresentava il crollo del ponte suddetto.

 

Questo racconto è stato premiato al Premio letterario Nazionale Giovane Holden  e al Premio Letterario Internazionale Marchesato di Ceva.

 

 

 

La cena del sindaco.

La cena del sindaco. - P a o l o    B a r s a n t i

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo racconto è stato premiato al Premio letterario Nazionale Giovane Holden  edizione 2019. 

 

La cena del sindaco.

  

 

Marco Galimboni dopo una laurea in giurisprudenza, strappata a forza di diciotto e una tesi comperata da un compagno di università bisognoso di soldi, avendo poca voglia di lavorare, decise di andare a bottega dal padre.

Un negozio di generi alimentari a conduzione famigliare dove era già presente il fratello maggiore Giovanni Galimboni. Giovanni, gran lavoratore e imprenditore lungimirante, aveva dato inizio alla trasformazione della piccola attività paterna in un nuovo business, destinato a diventare in poco tempo una catena di supermercati a livello regionale. Marco per alcuni anni andò o a traino del successo del fratello poi decise che la sua vocazione era di far politica, aiutato da Giovanni convinto che avere un fratello in politica poteva far bene ai suoi affari, era diventato assessore comunale e poi sindaco. Adesso erano sei anni che ricopriva quella carica, dopo il primo mandato era riuscito a farsi rieleggere non tanto per quello che aveva fatto di buono ma, per non avere fatto troppi danni come i suoi predecessori. Marco era sposato con Anita e padre di tre ragazzini, nel suo paese era considerato, come tutti i politici, uno di tante parole, tante promesse e pochi fatti.

Lui amava le sue parole, si considerava tanto bravo nel parlare che era il primo a credere a quello che diceva e l’ultimo ad accorgersi di non mantenere le promesse fatte.

Grassoccio, sempre affamato, non molto alto, con una testa di riccioli neri, ora sale e pepe, si sentiva, se non bello, un tipo interessante, esuberante e sempre a caccia di donne.

Grazie alle sue chiacchere e ai modi abbastanza signorili, qualche conquista l’aveva fatta.

Quella che considerava la sua prima preda, da sindaco, era stata Annalisa Caprotti, nubile, vice preside della scuola elementare, donna ancora piacente aveva ceduto alla corte gentile ma insistente di Marco concedendogli una sola serata d’amore, nel suo piccolo appartamento, dietro la stazione dei treni.

La cosa non aveva avuto seguito perché lei era rimasta delusa dalla prestazione del sindaco. Lui dovendo rientrare a casa non troppo tardi, per non insospettire la moglie sempre attenta e presente, aveva percorso a piedi il lungo tratto dalla stazione a casa sua in una notte gelida, così che la cenetta preparata dalla Caprotti, certamente non proprio romantica, cotechino, fagioli e peperoni, si era piazzata sullo stomaco del poveretto. Rientrato a casa, con un forte dolore davanti, la moglie pensò a un infarto e lui, per stare al gioco, accettò un breve ricovero al pronto soccorso. Fortunatamente in ospedale lavorava come medico suo cugino che gli tenne banco, trasformando la congestione in un attacco di stress acuto, causato dai troppi impegni da sindaco.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio, così il sindaco puntò nuovamente una vittima: Stella Bonomo moglie del farmacista. La donna, ancora giovane e bella, trascurata da anni dal marito, sempre chiuso in farmacia e la notte in qualche bisca clandestina, si lasciò lusingare dalle parole di Marco che, memore della precedente esperienza, organizzò al meglio la serata romantica.

Conoscendo la ben nota gelosia di sua moglie Anita, scelse un posto a sessanta chilometri dal suo paese, un ristorante albergo che si chiamava “Lo scoglio sommerso”, famoso per la discrezione che riservava ai suoi ospiti che spesso erano coppie clandestine.

Prese tutte le precauzioni del caso: prenotò sotto falso nome, pagò prima in contanti la stanza e la cena, in modo da poter lasciare l’albergo durante la notte, perché entrambi dovevano tornare dai rispettivi consorti a un’ora decente.

Anche quella fu notte unica e singola, Stella rimase delusa dal rapporto frettoloso e dal fare preoccupato dell’uomo. Lui fu frenato dall’irruenza della donna tormentata da una voglia repressa troppo a lungo. Inoltre Stella, durante la cena, che Marco aveva organizzato leggera e fugace, bevve molti bicchieri di vino e due grappe di troppo, tanto da avere un alito tutt’altro che sexi.

Il sindaco pensò di essere uscito indenne anche da quella notte di amore, senza essere riconosciuto da qualcuno o destare sospetti con Anita, ma non perse il vizio.

Voleva sfruttare gli errori fatti per organizzare il tradimento perfetto e soprattutto imbastire una relazione sessuale, che doveva essere segreta e duratura.

La possibilità si presentò nel mese di Aprile quando, in occasione del ponte pasquale, Anita decise di andare, accompagnata da marito e figli, a fare visita a sua sorella che abitava in una regione lontana. Doveva essere una piccola vacanza per tutta la famiglia, si sarebbero assentati per quattro giorni e tre notti.

Il sindaco, abilmente, riuscì all’ultimo momento a evitare di partire adducendo la scusa di un improvviso impegno istituzionale, l’incontro con la delegazione di un paese Norvegese gemellato con la loro cittadina. Nonostante le insistenze di Anita, nel voler rimandare la partenza, convinse moglie e figli a partire lo stesso.  Era la prima volta che Marco restava solo e la sua sposa organizzò, la sua breve assenza, in modo da creare il minimo disagio al marito abbandonato. Riempì il frigo di provviste, si raccomandò con Ernestina, la loro colf, di andare tutte le mattine, di buon’ora, a rifare il letto del sindaco e pulire tutto. Poi portò in lavanderia giacche, camice e pantaloni dello sposo in modo che l’uomo, impegnato con gente straniera, potesse essere sempre pronto ed elegante.

Marco da canto suo individuò, dopo aver consultato qualche amico fidato, un ristorantino in riva al mare molto carino e soprattutto lontano da occhi indiscreti. Stavolta per non sbagliare aveva messo più di cento chilometri tra lui e il suo paese. Il posto che si chiamava “L’imbarcadero dimenticato” disponeva anche di tre camere, ovviamente riservate per i clienti che avevano intenzione di mangiare e bere troppo o, come lui, usufruire di un’alcova romantica e nascosta.  Ordinò per cena la specialità della casa: linguine allo scoglio piccanti, grigliata di pesce, spumante di marca e chiese non fossero offerte grappe o altri liquori.

 La vittima, scelta con cura e corteggiata da settimane, era Carla Cicconi, vedova dell’avvocato Cicconi che dicevano fosse vissuto da cornuto e morto da cornuto .

Il sindaco apprezzava molto le curve sensuali della bella e giovane donna che, stretta nella vita di provincia, sembrava abbastanza disponibile a qualche trasgressione, come una relazione clandestina con un uomo sposato.

La famiglia Galimboni partì la mattina del venerdì Santo.

Marco era agitatissimo, per non destare sospetti aveva prenotato una macchina diversa dalla sua, presso un autonoleggio di un paese non proprio vicino. La cosa era organizzata per la sera stessa, appuntamento presso la vecchia fabbrica abbandonata sulla provinciale, dove la Cicconi avrebbe lasciato la sua auto per salire su quella noleggiata per l’occasione.

Per quel pomeriggio il sindaco aveva tenuto un’agenda molto leggera, in pratica la segretaria aveva spostato tutti gli appuntamenti a parte l’incontro con Anselmo Tulloni uno dei tanti rimasti senza lavoro, dopo la chiusura della fabbrica di piccoli elettrodomestici. La persona, era raccomandata dal parroco, dal medico condotto ma soprattutto dal farmacista, con il quale lui si sentiva in debito forse per la fugace avventura con la moglie. Il sabato lo aveva preso di festa per poi dedicare l’intero giorno, della Santa Pasqua, alla famosa delegazione norvegese.

Doveva essere una visita da sbrigare al massimo in un quarto d’ora tanto da dare soddisfazione ai sostenitori del Tulloni. Anselmo, un omone grande e grosso, si presentò puntuale alle ore quindici mentre Marco lo aspettava sentendo già nelle narici il profumo delle linguine allo scoglio e della pelle della vedova.

Lo fece accomodare nel suo studio, dopo aver letto il curriculum vitae, che gli aveva portato l‘uomo, iniziò quello che oramai era la sua risposta ufficiale a tutti quelli che gli chiedevano un posto di lavoro:

-          Mi spiace ma il comune ha già troppo personale e poi anche volendo, un domani che vi fosse necessità, sarà indetto un regolare concorso al quale potrà partecipare.

L’uomo non sembrò sorpreso o deluso della risposta e timidamente replicò:

-          Mi scusi signor sindaco, ma il dottor Bonomo, il farmacista, mi ha detto di farle presente che non ho indicato nel curriculum che, per alcune settimane, ho lavorato come lava piatti presso l’albergo ristorante “Lo scoglio sommerso”.

Marco sbiancò, ingollò il boccone amaro e pronto replicò:

-          Allora un lavoro lo hai, cosa cerchi da me?

-          Non un lavoro, solo un impegno che è durato poco tempo.

Il sindaco che, sentendosi in pericolo, stava pensando che forse il farmacista sapeva del tradimento della moglie, rispose con fare diplomatico:

-          Che lavoro cerchi?

-          Magari un impiego in un punto vendita dei negozi della vostra famiglia?

Rispose Anselmo.

Il sindaco iniziò a passeggiare nervosamente nel suo ufficio mentre cercava di ricordare il profumo delle linguine allo scoglio e il sapore dello spumante che avrebbero, certamente, mitigato l’amarezza che adesso aveva in bocca, provocata dal sospetto che, Anselmo Tulloni, lo avesse visto al ristorante con la moglie del farmacista.

Marco alzò la cornetta del telefono e chiamò suo fratello Giovanni.

-          Ciao Gianni sono io, mi dicevi che sono frequenti i piccoli furti da parte dei clienti?

Un attimo di pausa.

-          Ti mando una persona molto fidata che dovresti impiegare come responsabile della sicurezza nel negozio di Riva Sotto.

Altra breve pausa e poi la replica.

-          Mi dici che hai già trovato una brava persona e molto bisognosa, ma non credo sia una buona soluzione. La persona che ti mando ha il fisico e la mentalità giusta per il nostro problema. Allora te lo mando martedì mattina, ciao.

Anselmo sorrise e uscendo disse:

-          Grazie sindaco.

-          Ricorda caro Anselmo: noi non ci siamo mai visti!

-          Noi non ci siamo mai visti nemmeno quella volta al ristorante.

Rispose il Tulloni ammiccando.

Marco rimase come in trance per parecchio tempo tanto che, guardando l’ora si accorse che erano quasi le diciasette e doveva correre a casa, lavarsi, cambiarsi, staccare la cornetta del telefono di casa in modo che la moglie lo chiamasse solo al cellulare, sfare il letto per non destare, l’indomani mattina, sospetti in Ernestina e raggiungere l’autonoleggio. 

Dopo la doccia aprì l’armadio per indossare la camicia migliore e lo trovò vuoto, non vi era traccia di camicie o giacche, tantomeno di pantaloni. Comprese subito che Anita si era dimenticata di ritirare la roba mandata a lavare. Indossò maglietta, geans e corse in lavanderia che distava meno di cento metri. Conosceva bene la titolare che certamente non avrebbe avuto problemi a consegnare i suoi capi nonostante non avesse la ricevuta che invano aveva cercato in tutta la casa .

La titolare del negozio era partita per raggiungere i parenti in occasione delle festività pasquali, lasciando la sua vice, Serena, a guardia e custodia dell’attività.

Il sindaco sapeva che Serena non era particolarmente sveglia, tanto che il padre della ragazza, certo di avere una figlia deficiente, l’aveva mandata a lavorare dopo la terza elementare.

Invece Serena non era stupida, da sempre aveva compensato il poco studio leggendo tutto quello che trovava, nella piccola biblioteca della parrocchia.  Bruttina, sciatta ma dai modi molto gentili, era timidissima arrossiva per un nulla e allora balbettava, quindi per non sbagliare era molto silenziosa, qualcuno pensava fosse anche sorda.

Era già buio fuori, lei stirava dei grembiuli quando si spalancò la porta ed entrò affannato Marco Galimboni.

-          Si si sia mo chiusi, sono rimasta solo io.

Galimboni rammentando che forse la ragazza era sorda urlò:

-          Devo ritirare le camicie che mia moglie ha portato a lavare.

-          Mi mi mi dia la la ricevuta.

-          Non la trovo, ma la padrona mi conosce bene e anche tu sai chi sono.

-          Si sì  lei è è è il sindaco!

-          Esatto, allora per favore dammi le mie camicie, ho fretta!

Mentre la ragazza cercava il nome nelle varie ricevute, Marco, per essere cordiale, le chiese sempre a voce alta.

-          Lavori qui da tanto?

-          Si sì ma solo me mezza giornata, la mattina vado a fare i mestieri.

-          Interessante un domani, se la nostra Ernestina avesse dei problemi, magari chiamiamo te.

-          Gr gr grazie.

-          Avrai senza dubbio buone referenze.

-          Si!  Lavoro per la vice preside, la signora Annalisa Caprotti.

 Queste ultime parole, la ragazza, le disse senza balbettare e con uno strano sorriso.

Il sindaco sbiancò di fronte al nuovo pericolo, ecco un’altra persona che potrebbe aver scoperto una sua scappatella.

Sentiva il profumo delle linguine allo scoglio e il sapore dello spumante, allontanarsi tragicamente.

Serena gli consegnò le camicie e sorridendo aggiunse:

-          Le le le devo salutare la signora Caprotti domattina?

-          Anche no! Perché lo chiedi?

-          La prego non urli, non sono sorda.

-          Scusa … credevo.

-          Le ho chiesto per il saluto perché mi mi sembravate intimi.

-          La conosco appena.

La ragazza, sempre con il solito sorriso sulle labbra, proseguì:

-          Il me mese scorso ho portato una domanda di lavoro all’ufficio personale del comune, vorrei lavorare per l’amministrazione.  Qui qui tu tutto il giorno sento la puzza di smacchiatore e respiro il vapore del ferro da stiro. Se se lei potesse ap ap appoggiare la mia domanda?

Il sindaco comprese che non solo non era sorda ma era furbetta e quindi pericolosa. Lasciò da parte la solita risposta diplomatica che riservava a chi cercava lavoro in comune e in modo gentile, rispose:

-          Ho capito vedrò cosa posso fare e sono certo, che tu mi sarai riconoscente!

-          Si si si! Sento bene, ma ho poca memoria e sono muta come una tomba.

Per un attimo, preoccupato per quello che molto probabilmente avevano scoperto Anselmo e Serena, pensò di rinunciare alla cena romantica, poi prese il sopravvento il desiderio pensando alla bella vedova nuda, alle linguine allo scoglio e lo spumante di marca.

Tornò a casa e dopo aver indossato la camicia pulita, si avviò verso l’autonoleggio.

Eccitato per l’incontro amoroso, preoccupato per il sorriso che aveva letto in viso a Serena e Anselmo, non guardò il tachimetro della sua auto e rimase vittima della pistola laser, voluta proprio da lui per aiutare le finanze del comune. In servizio quella sera, del Venerdì santo, armato del misuratore di velocità, era il vice brigadiere della polizia locale Fermo Santino al quale appioppavano i turni più scomodi perché era quello che elevava meno contravvenzioni di tutti i suoi colleghi.

A Santino non sembrò vero quando vide, sul visore della pistola laser, indicati 84 Km/ora contro i 50 Km/ora consentiti in quel tratto di strada. Sembrò ancor meno vero trovare, al volante della vettura, il sindaco in persona. Galimboni, con estrema calma, lasciò che il Fermo gli chiedesse i documenti e dopo averli esaminati gli contestasse l’infrazione per aver superato i limi di velocità di oltre 30 Km orari. Infrazione che prevedeva un’ammenda pesante e la perdita di cinque punti della patente.

Poi il vice brigadiere giocò l’Asso:

-          Mi scusi ma deve scendere dall’auto per provvedere al test alcolemico.

A quel punto il sindaco, che sentiva il profumo delle linguine allo scoglio affogare nel flûte di prosecco e svanire miseramente, esplose:

-          Vice brigadiere apprezzo moltissimo la tua professionalità ed è giusto che io, che ho sbagliato, paghi come tutti, ma stasera ho particolarmente fretta, mi sto recando a un incontro istituzionale di altissimo livello.

-          A quest’ora?

-          Sì. Una cena di lavoro fondamentale.

-          Se lei afferma di non aver bevuto, potrei sorvolare sul test ma così facendo potrebbe sembrare che io le riservi un favore, un trattamento speciale.

-          No! Che cosa dici? Non ti chiedo un favore, dico solo…

-          Appunto lei non mi chiede un favore perché non si può e non si deve.

-          No! Non si può e non si deve.

Ripeté Marco e mestamente Fermo rispose:

-           Non si può!  Sapesse quante volte io le avrei chiesto il favore di essere destinato solo al lavoro di ufficio, ma non si può non si deve.

Improvvisamente apparve, sul viso di Fermo Santino, lo stesso identico sorriso che aveva visto sul viso di Anselmo e Serena. 

-          Io pago la multa, perdo cinque punti, ma se riparto subito per l’importante impegno istituzionale, credo che da Lunedì tu, grazie al tuo zelo e serietà professionale, ti sia ampiamente guadagnato il servizio in ufficio.

Il vice brigadiere chiuse il libretto delle contravvenzioni, batté i tacchi, porto la mano alla visiera in segno di saluto militare e tornò all’auto di servizio senza contestare nessuna infrazione. 

Il sindaco ripartì veloce, pensando che tutti quegli ostacoli intercorsi tra lui e il suo rendez vous erano solo un buon auspicio per come sarebbe stato il dopo cena con la bella vedova.

Alla guida dell’auto presa a noleggio, raggiunse, con soli pochi minuti di ritardo, la vecchia fabbrica sulla strada provinciale, dove vide la Cicconi.

Lei bellissima, elegante, profumata accolse Marco con un sorriso malizioso, un’ampia scollatura e un piccolo bacio a sfiorare le labbra, promessa non tanto velata di una notte d’amore.

Veloci correvano verso il mare, mentre una leggera pioggia bagnava l’asfalto.

Marco emozionato come un’adolescente che affronta la sua prima avventura amorosa, posò la mano sul ginocchio della vedova, poi osò verso la coscia, la donna lasciò fare mentre lo guardava languida.

-          Adesso ti porto in un localino che mi hanno detto faccia le migliori linguine allo scoglio piccanti, molto … molto piccanti, di tutta la riviera.

-          Spumantino?

-          Certo spumantino. Dopo, per non viaggiare di notte, ho prenotato una camera vista mare.

-          Buona idea.

Rispose la vedova Cicconi e aprì le cosce alla mano vogliosa del sindaco.

 

Troppa emozione per Marco Galimboni, troppo veloce l’auto che aveva scelto per fare bella figura, troppo stretta la curva. Il sindaco nemmeno si accorse di quanto era fredda l’acqua del mare, oramai aveva negli occhi solo le procaci forme della Cicconi, nel naso l’odore delle linguine allo scoglio e la mano in paradiso.

Una morte per caso.

Una morte per caso. - P a o l o    B a r s a n t i

 

Una morte per caso.

 

 

Ultimo di sei fratelli, ultimo a scuola e ultimo in seminario, Don Remo, prete senza parrocchia, conduce questa piccola chiesa metropolitana da quasi tre anni.

Una delle sue più grandi preoccupazioni, oramai da molto tempo, sono i soldi.

I soldi non bastano mai, non certo per lui, o meglio anche per lui, il suo stipendio finisce dopo pochi giorni e serve appena per pagare qualche debito, comprare qualcosa da mangiare e tutto il rimanente è destinato ad aiutare i poveri.

La cassetta delle elemosine serve per sopravvivere e non sempre basta.

 Anche il suo Vescovo, saputo del suo stato di necessità, l’ha più volte esortato ad avere più attenzione per se stesso.

Sembrava che anche i ladri, entrati nella sacrestia per rubare, avessero compreso lo stato del prete, infatti, andato a vuoto il furto per mancanza di refurtiva, avevano lasciato, su una panca, un cartoccio di latte mezzo vuoto.

Il sacerdote, dopo aver bevuto il latte, lasciato dai ladri, spinto da un forte senso civico, si reca alla polizia per denunciare il furto.

-           Non hanno rotto la porta della Chiesa perché è sempre aperta, appoggio solo il portone in modo che se qualche disperato, vuole mettersi al riparo in Chiesa dal freddo e dal buio può, con uno spintone deciso, entrare ugualmente. Probabilmente da lì sono passati in sacrestia.  Mi sono accorto della loro passata presenza per il grande disordine lasciato, ma non hanno rubato nulla perché non possiedo alcun oggetto di valore.

Il commissario Mantova è un uomo grande e grosso, dai modi gentili e sempre sudato.

-          Ha fatto molto bene a denunciare comunque il furto o tentato che sia, questi delinquenti sono veri e propri specialisti delle chiese. Non è escluso che tentino ancora e facilmente di giorno, con la speranza di trovare qualcosa di valore e in questo caso, se delusi, possono diventare violenti. Per questo motivo le mando un mio uomo, che sistema un piccolo sensore sulla porta tra la Chiesa e la sacrestia. Basta tenere chiusa a chiave la porta giorno e notte, così chi tenterà di forzarla attiva il segnale di allarme ed entro pochi minuti, arriva la pattuglia più vicina.

Lo stomaco vuoto borbotta mentre Remo torna verso casa, pensieroso. Non crede che i ladri possano tornare e quel sistema di allarme lo ritiene inutile. Accetta però, almeno per qualche tempo, di tenere sempre chiusa a chiave la porta, anche se per lui significa raggiungere la stanza dove dorme passando al di fuori della Chiesa.  

 Così, il prete, decide di dare ascolto al vescovo e allo stomaco, accettando l’invito a cena del farmacista.

Pur non avendo in tasca nemmeno un solo euro, non ama presentarsi a casa di amici a mani vuote.

Così si avvia verso il piccolo giardino, dietro la Chiesa, che è pieno di fiori colorati. Fiori umili e selvatici, come umile e selvatico è Ginetto Suso, un anziano pensionato che gratuitamente, solo per passione, ha cura di quell’angolo di terreno.

Sono quasi le sette di sera quando si reca veloce a cogliere un mazzolino da donare ai suoi ospiti.

Il cortile è delimitato da una vecchia ringhiera arrugginita che lo circonda come a voler custodire l’ultima oasi di verde nel grigio del cemento circostante .

Vede Ginetto, quasi subito, riverso bocconi proprio sotto l’albero di susine.

Un piccolo albero, carico di bianchi fiori, che sembrava un ombrello di neve.

I fiori cadono a ogni minimo tremore del vento e sotto e sopra di essi il corpo oramai freddo di morte.

Si china sull’uomo e dopo aver sentito che non vi è più battito, raccoglie le mani ruvide, sporche di terra e le unisce sul petto dell’anziano. Poi benedice la salma a voce alta, rammenta a memoria quel rito che ha ripetuto troppe volte.

Povero Ginetto morire tra i fiori …ma forse era la morte che avrebbe voluto lui, che per tutta la vita ha fatto l’usciere e sognato di fare il giardiniere .

Lentamente si alza per andare a telefonare al 118 e alla famiglia del defunto.

 

Un funerale modesto al quale partecipano molte persone addolorate.

La vedova non riesce a credere che un infarto le abbia portato via il fedele compagno di una vita.

Al termine della cerimonia, don Remo rifiuta il passaggio, in auto, offerto da alcuni parrocchiani.

Vuole camminare a lungo per rientrare alla sua Chiesa .

Spera che il male ai piedi, stretti in quelle vecchie scarpe con la suola consumata, possa cancellare, dal suo cuore, il viso in lacrime della vedova del Ginetto.

 

Siamo in piena estate, sono passati due mesi dal funerale, Remo trova il coraggio per tornare nel giardino, vuole cogliere qualche fiore da portare al farmacista, proprio come la famosa sera.

Dalla finestra della sua stanza ha visto che il giardino è desolato, l’abbandono e la sete hanno ucciso quasi tutto ma in un angolo, stranamente, è ancora vivo un cespuglio di rose selvatiche.

Passa dalla sacrestia per prendere delle forbici per tagliare qualche fiore, rammenta che Ginetto lasciava i ferri del mestiere proprio lì.

Ricorda di aver visto una piccola pala e un secchio dietro il grosso armadio che divide il retro chiesa dal suo alloggio.

Trova il secchio pieno di stracci, la piccola pala, della corda e una busta bianca con sopra scritto:

Per Don Remo.

Un foglio segnato da una calligrafia incerta, quasi da bambino e una grammatica non proprio perfetta.

 

Don Remo, se trova questa busta, vuole significare che io sono morto.

Allora prego di non credere alla mia morte per caso .

Non sono morto a caso.

Chieda spiegazioni al mio amico Giuliano.

Grazie

Suso Giacomo

 

Il prete è sensibilmente agitato mentre parla con il Commissario Mantova. 

-          Mi creda questa, è una lettera molto seria. Il giardiniere si è volutamente firmato con il suo vero nome di battesimo: Giacomo, per dare peso e ufficialità al suo messaggio.

Il poliziotto legge la lettera distrattamente e dopo la gira tra le mani, piegandola su se stessa più volte, come fosse un inutile foglietto di carta .

-          Lei cosa ne pensa Padre?

Il sacerdote scuote la testa e alzando le mani al cielo risponde:

-          Solitamente penso che solo Dio conosce la verità ma, in questo caso, anche Giuliano potrebbe aiutarci.

-          Allora cerchiamo questo fantomatico amico.

Ecco che Remo si trova coinvolto, ancora una volta, in un fatto misterioso, se da una parte non vuole farlo, dall’altra parte è tremendamente curioso e poi si sente chiamato in causa, con quella lettera, proprio dal giardiniere .

 Il barista del circolo dopo lavoro, che frequentava Ginetto, è cordiale e non di poche parole. 

-          Giuliano ? forse è un tipo che ho visto giocare un paio di volte carte con Gino, viene di rado e comunque oggi non è ancora passato. Padre si sieda e lo aspetti, intanto offre la casa.

Dura poco l’attesa e il cappuccino, offerto con un cornetto, ristorano lo stomaco e la mente del prete.

Giuliano è un anziano ma sembra quasi fuori luogo in quel posto. Infatti, a differenza degli altri frequentatori del locale, indossa un abito elegante e le sue mani sono morbide e ben curate.

Il prete mostra la fotocopia della lettera del Ginetto.

-          Non capisco cosa vogliono dire queste parole e soprattutto non capisco cosa posso sapere io della morte di quel poveretto!

-          Lei è suo amico?

-          Amico … giocavamo qualche volta a carte e poi ci si conosceva solo da un paio di mesi non di più.

-          Mi scusi evidentemente non è lei il Giuliano della lettera.

L’uomo si volta come per uscire dal locale, poi ci ripensa e domanda:

-          Questa chiacchierata tra di noi può considerarla una confessione ?

-          Se lo desidera, possiamo.

-          Allora se Lei è tenuto al segreto … io il Ginetto, in realtà, ci eravamo incontrati molti, molti anni prima, precisamente nel 1945, nel Febbraio del 1945.

-          Dove lo aveva visto?

-          Eravamo due ragazzi, io avevo diciotto anni e lui poco più di me. Io militavo nella brigata partigiana del Levante erano tutti comunisti, proprio comunisti e mangia preti !

L’anziano scoppia a ridere mettendo in mostra una fila di denti falsi e certamente molto costosi.

-          Non tema Padre … allora eravamo giovani e immaturi credevamo che tutti i preti fossero fascisti ma poi ho capito che non era vero. Eravamo vicino a Lecco e si sentiva già l’odore del lago, anche se, non si poteva ancora vedere. Tendevamo un’imboscata a un autocarro di fascisti e tedeschi che doveva passare per quella strada. Ricordo ancora quell’azione. Un macello ! un vero macello, sangue ovunque e tutti quei morti. Io non ero innocente come un fiore, avevo già sparato, ma il sangue che ho visto quella volta, lo sogno ancora la notte. Comunque restano vivi solo due fascisti, due ragazzini e uno era Ginetto.

Giuliano cava dalla tasca un fazzoletto e si asciuga una lacrima che impertinente scende sul viso dell’anziano .

-          Passo due giorni con i due prigionieri e con Gino mi lego subito da innata simpatia. Scopriamo di avere, al di fuori della politica, gli stessi sogni e interessi. Una sera sento parlare tra di loro i nostri comandanti che ritengono più prudente passare per le armi i due prigionieri. Così avviso i ragazzi e li aiuto a fuggire. Da allora ho rivisto Ginetto qui, per caso, qualche mese orsono.

-          Avete parlato dei tempi passati?

-          Certamente, dopo mi ha raccontato che, grazie al mio aiuto, si è messo in salvo. Dopo la guerra ha trovato un impiego come usciere in comune, si è sposato è ha avuto tre figli.

L’uomo sembra non sapere o non volere raccontare altro che possa fugare i miei dubbi sulla morte del giardiniere. 

Il giorno dopo il prete si reca dalla vedova.

-          Il mio Gino era speciale, unico! In tanti anni di matrimonio non ha mai fatto mancare nulla alla sua famiglia. Un gran lavoratore, accettava tutto il lavoro straordinario che trovava, altrimenti cercava di fare qualche lavoretto la sera. In pratica, oltre al suo, guadagnava un secondo stipendio e con questo siamo riusciti a comprare questa piccola casa e far studiare i nostri tre figli. Sono molto orgogliosa dei miei ragazzi, due sono laureati in legge e il più piccolo è ingegnere. Adesso lavorano tutti in altre città e li vedo poco. Il giorno del funerale però erano tutti con me, amavano molto il padre. 

-          Comprendo signora il suo dolore e mi scuso di aver riaperto una ferita così fresca.

-          Padre ma cosa dice? Lei per me è un gran conforto, anzi sarei venuta io stessa a parlare con lei nei prossimi giorni. Volevo un consiglio, la cosa è molto strana ma non voglio parlarne con i miei figli, per non dare loro una preoccupazione. Quando sono andata alla posta, a ritirare la pensione, mi hanno dato una cifra molto bassa, quasi un quarto di quello che diceva Gino di ricevere. Io ho ben insistito con la signora delle Poste e poi sono andata anche all’ufficio delle pensioni ma tutto è regolare. Io ho diritto al sessanta per cento dell’importo che prendeva mio marito.  Non le nascondo che quanto prendo sicuramente mi basta ma, sono sicura, che Gino prendeva molto di più.

La sera stessa Don Remo riferisce, dei suoi incontri, alla polizia, omettendo solo la parte di conversazione fatta sotto confessione di Giuliano.

-          Unico indizio questa stranezza ma mi sembra molto probabile che la vedova si possa sbagliare, cosa ne pensa commissario ?

-          Penso che faremo un piccolo accertamento su eventuali conti correnti bancari, non a conoscenza della famiglia del Suso.

Remo la mattina ha sempre una gran fame e il pane con sopra la marmellata regalata dalla moglie del farmacista, ha il gusto di sapori antichi, sopiti ma mai dimenticati. La tazza di caffè fumante è pronta sul tavolo e il momento è importante per la carica giornaliera del prete.

Quando la bocca è ancora calda di caffè, suona il campanello della sacrestia.

 Il commissario è vestito con un leggero abito chiaro e si asciuga il sudore nel collo con un fazzoletto scuro.

-          Aveva ragione Lei, abbiamo trovato un conto corrente bancario, intestato a Giacomo Suso, contenente una grossa somma di denaro. Il conto è stato aperto alla fine degli anni quaranta e ogni anno, erano prelevati solo gli interessi maturati e neppure tutti.  Può comprendere che la somma è molto, molto rilevante.

 

E’ la prima volta che Remo si trova in un ospedale in attesa di un referto di un’autopsia e benedice che il pranzo, non consumato, non può tentare una fuga sgradita dal suo stomaco. Le sale gelide puzzano di disinfettante e morte.

-          Padre mi sembra giusto che lei sia, insieme con me, la prima persona a sapere se il Suso è stato ucciso.

-          Grazie mille commissario ma la notizia, se possibile, mi rattrista ancora di più. Ora sarà suo compito scoprire perché e da chi?

-          Sicuramente il movente è legato al denaro tenuto nascosto alla famiglia per così tanti anni. Trovare chi è stato ad avvelenarlo e come ha fatto, sarà il compito più difficile. Siamo già alla ricerca del famoso amico Giuliano, ma nessuno lo vede più da molti giorni. Lei, durante la vostra conversazione, ha saputo il cognome o dove abitava?

-          No, purtroppo no e neppure ho pensato di chiederlo.

Remo non ha mentito al commissario ha dimenticato di riferire che lui Giuliano lo aveva già visto un paio di volte alla messa del sabato sera. Era seduto in fondo alla chiesa insieme con una giovane donna.

Il sabato seguente, al momento del vangelo, Remo vede in fondo alla chiesa la giovane che accompagnava Giuliano.  Approfitta del momento della comunione per chiedere alla donna di incontrarlo dopo la funzione.

-          Cara è qualche sabato che la vedo partecipare alla funzione e comunicarsi. Non sono tante le ragazze giovani quindi la cosa mi rallegra molto. Oggi ho visto però, che a differenza delle altre volte, è sola, qualche problema?

-          Padre io sono slava, mi chiamo Maria e la mia famiglia è molto credente. Noi cattolici, al nostro paese, siamo molto uniti. Venire alla messa per me è come stare in mio paese. Ora sono rimasta disoccupata. Facevo badante a un ricco signore anziano che ha deciso di cambiare città. Così ora cerco un'altra persona a cui badare.

-          Io conosco l’uomo a cui badavi, si chiama Giuliano vero?

-          Giuliano  Di Vita si chiama così.  Padre la prego se sente qualcuno che ha bisogno di badante brava, seria e molto timorosa di Dio. La prego.

Il Di Vita abita in un elegante palazzo in un quartiere ricco della città, in una casa di lusso con la presenza di una portineria pulita ed efficiente. Il prete ha buon gioco nel conversare con la portinaia chiacchierona e timorosa di fronte alla veste del sacerdote.

-          Giuliano Di Vita è un signore molto ricco, per bene, molto solo, ma se mi permette padre, io conosco la vita, non era nato ricco. Si vedeva chiaramente che i soldi li aveva fatti e non ereditati!  Comunque abitava qui già nel 1950 quando prese la portineria mia madre.

 Siamo rimasti tutti molto meravigliati della sua improvvisa partenza. La ragazza slava ? sembra una brava persona. Sapesse quante badanti ha cambiato il vecchio negli ultimi anni. Un uomo dal carattere terribile, veramente un brutto carattere. Oggi la slava mi fa quasi pena poverina è sparita il giorno stesso della partenza del Di Vita.  Padre, lei la conosce perché abita vicino alla sua chiesa? Se la vede o la sente dica alla ragazza che la signora Conte, del quinto piano, cerca una badante. Mi dispiace non poterla aiutare ma il Di Vita non ha lasciato un recapito, ha affittato, tramite un’agenzia, l’appartamento così com’era ammobiliato.

 

Maria è raggiante, le parole di Don Remo la rendono felice.

-          Grazie mille, grazie tanto. Vado subito oggi dalla signora Conte. La conosco è brava e gentile, grazie padre.

-          Senti Maria, perché il Suso veniva a messa con te qui nella mia Chiesa?

-          Tutto è nato quando una volta passeggiavo in centro con il signor Giuliano e abbiamo incontrato un uomo, un suo vecchio amico che non vedeva da tanti, tanti anni.  L’amico ha salutato con molto affetto il mio padrone, ma non ricambiato. Poi il giorno dopo Giuliano si è pentito e mi ha chiesto di accompagnarlo nel quartiere dove aveva detto di stare l’amico. Per me il sabato pomeriggio è festa e vengo sempre qui a trovare la mia amica, dove adesso sono ospite. Un sabato ho trovato Giuliano fuori della Chiesa, quasi sembrava indeciso nel voler entrare. Io ho convinto lui e poi mi ha ringraziato dicendo che aveva molto da farsi perdonare.  Padre se vuole parlare Lei con signor Giuliano posso darle il numero del telefonino.

Una fortuna sfacciata per Don Remo che incredulo telefona subito al Di Vita.

Risponde una voce rauca.

-          Chi cerca ? non ho tempo.

-          Aspetti signor Giuliano sono Don Remo. Se è stato così facile per me trovarla immagini quanto poco impiega la polizia. Mi ascolti, la prego.

-          La polizia perché dovrebbe cercarmi? Che cosa vuole le ho già detto tutto. Si ricordi in confessione, si ricordi!

-          Voleva avvisarla che il suo amico Ginetto non è morto di morte naturale ma è stato ucciso, avvelenato!

-          Io non centro, mi lasci stare, sono vecchio e stanco. Addio.

La conversazione si termina così e da quel momento il telefonino del Di Vita resta: “Non raggiungibile”.

Passano i giorni e la fame a Don Remo non regala più crampi allo stomaco. Il dolore interno che prova è un vero tormento che sopisce ogni altra sofferenza. Il prete è combattuto se rivelare alla polizia quanto appreso in confessione, anche riferire della telefonata e fornire il numero del cellulare, può essere una violazione al sacramento. Remo è certo che Giuliano sia implicato pesantemente nella morte di Ginetto. Non riesce però, a trovare il modo per mettere il commissario sulle tracce del Di Vita, senza venir meno ai suoi obblighi di confessore.

Si reca dalla signora Conte e chiede della badante, forse Lei potrà aiutarlo.

-          Mi dispiace padre, la ragazza non lavora più da me. Mi ha dato molto dolore quando si è licenziata, perché era proprio brava. Un giorno mi ha detto che il suo grande sogno di tornare in patria si era realizzato grazie alla generosità di un benefattore.

 

Questa sera Don Remo, obbligato dal Giusti, mangerà un pasto decente e certamente la moglie del farmacista lo obbligherà a portarsi via due sacchetti pieni di buona roba da mangiare.

Uscire dalla porta della sacrestia è più veloce ma lui ama passare per la Chiesa, anche se adesso, con la porta chiusa a chiave e l’allarme inserito, deve uscire in strada.

Entrato, si ferma alcuni minuti e fissa con intensità, a volte teme anche con troppa superbia, il volto di Gesù che appeso alla sua croce tiene gli occhi di legno fissi verso il basso .

Proprio in quel momento vede, dietro l’altare, un’ombra che veloce si avvicina al confessionale.  Non è contento di arrivare tardi a cena dal farmacista, ma la confessione ha sempre la precedenza su tutto, così entra nel confessionale e si siede senza far caso alla persona inginocchiata alla sua destra.

-          Da quanto tempo non ti confessi?

-          L’ultima volta mi sono confessato con Lei e forse ho fatto malissimo! Siamo strani noi anziani, tendiamo a isolarci da tutto e da tutti, ma resta dentro di noi una gran voglia di parlare, di raccontare, quasi questo sia il modo, per trasmettere la nostra conoscenza.

 Non ho resistito dovevo parlare con qualcuno di quello che ho vissuto. Lei, che è tenuto al segreto, è stata la persona giusta al momento giusto.

Riconosce subito la voce rauca del Giuliano ed ha un brivido che non riesce a distinguere se di curiosità o paura.

-          Non è mai sbagliato credere nella confessione. Tutto ciò che è detto, rimane un segreto e poi confessarsi libera il cuore e la mente.

-          Sono venuto proprio per la mia ultima confessione. Non è stato proprio come le ho raccontato il mio incontro con Ginetto nel 45. I due fascisti catturati eravamo noi due. Due ragazzini strappati alle famiglie e mandati a sparare ad altri ragazzi italiani. Vivevamo nel terrore e quando fummo presi, avremmo accettato qualunque cosa pur di salvare la pelle.

Il giorno dopo un capo partigiano ci avvisò che saremmo stati fucilati, la sera stessa, perché la nostra brigata, nella zona, aveva fatto disastri. Scoppiammo a piangere ma lui ci propose subito una possibilità, dovevamo accompagnarlo per una missione pericolosa e segreta .

Solo noi tre, lui unico armato e noi due a trasportare due piccole casse. Camminammo nei boschi diverse ore mentre le due cassette diventavano sempre più pesanti.  Ginetto scivolò e cadendo la cassa, che aveva tra le mani, si spezzò. Dal suo interno uscirono molte mazzette di banconote, erano sterline e dollari. Il partigiano urlò contro il mio amico e lo colpì con diversi calci. Compresi subito che quello che avevamo visto era la nostra condanna a morte. La mia reazione fu immediata, colpii la testa del nostro aguzzino con la cassetta e l’uomo cadde a terra morto. Eravamo terrorizzati e decisi di fuggire portando con me il mio tesoro. Lasciai Ginetto solo e paralizzato dalla paura .

Ho ritrovato il mio compagno per caso, non sapevo nemmeno che avevamo abitato per cinquant’anni nella stessa città. Rivederlo mi riempì, per pochi secondi, il cuore di gioia, poi compresi che il mio segreto era in pericolo. I soldi della cassetta li avevo investiti con grande prudenza e questi mi avevano permesso di avere una vita agiata e senza mai dover lavorare. Forse non una vita felice ma sicuramente comoda. Adesso vecchio e malandato avrei perso la mia tranquillità e sarei stato punito per il furto. Questo non potevo accettarlo. Decisi di ritrovare il Suso e scoprire cosa aveva fatto lui dopo quella notte.

Ginetto mi raccontò di essere rimasto molte ore a piangere poi prese le banconote e dopo un non facile cammino tornò a casa sua. Pieno di rimorsi e sicuro che quel denaro era sporco di sangue depositò, dopo alcuni anni, l’intera somma in banca, deciso di restituirla in seguito.  Poi la sua vita prese una piega diversa. Riuscì a trovare un lavoro modesto, s’innamorò di una ragazza che rimase quasi subito in cinta. Tacitò la coscienza decidendo che non avrebbe mai toccato quel denaro, ma solo una parte degli interessi che essa rendeva annualmente. Il mio compagno rimase tutta la vita fedele al suo impegno e aveva già disposto che, alla sua morte, i soldi dovevano tornare al loro legittimo proprietario. Quando però incontrò me pensò che fosse un segno del destino.  Dovevamo restituire insieme quei soldi. Padre questo non lo potevo accettare, non voglio morire povero e magari in carcere.

-          Che cosa dici non ti arresterà nessuno per un reato commesso cinquanta anni fa .

-          Forse per quello no, ma per quello commesso adesso?

-          Allora hai ucciso tu il Ginetto ?

-          Lui non sentiva ragioni, ho insistito per giorni, pregando e poi minacciando, ma inutilmente. Poi in un momento di disperazione ho deciso di ucciderlo.

-          Avrai tutte le attenuanti e poi la tua età.

-          Non credo che il giudice terrà molto conto della mia età di fronte a tre delitti.

-          Perché vuoi uccidere anche me? Io non posso parlare e fino ad oggi non ho mai potuto e voluto raccontare nulla di te alla polizia.

-          Non padre, no, anzi lascio qui una busta con del denaro per Lei. No, non voglio comprare il suo silenzio so bene che lei non parlerà. Voglio solo pulire la mia coscienza, uccidere Maria è stato un errore e allora …

-          Fermati Giuliano sei ancora in tempo.

-          No, ora me ne vado. Aveva ragione padre la confessione libera il cuore e la mente. Ora mi sento molto meglio. Per sicurezza uscirò dal retro e lei non farà nulla per impedirlo, attento sono armato e deciso a tutto.

L’uomo esce dal confessionale e veloce va verso la porta che divide la Chiesa dalla sacrestia.

Don Remo appoggia la chiave che tiene in tasca sul sedile del confessionale, poi lentamente esce. Prende la busta piena di soldi, lasciata da Giuliano su una sedia e pensa quanto bene potrebbe fare con quei soldi ai poveri della sua parrocchia.

-          Padre la porta è chiusa. Mi dia subito la chiave.

-          Non ho la chiave.

-          Padre lei non può mentire ! Invece io posso sparare.

Così dicendo punta la pistola contro il prete.

-          Non innervosirti basta poco meno di una spallata e la porta si apre.

Don Remo spinge la porta con forza e la spalanca per l’uomo. 

Poi blocca Giuliano allargando le braccia.

-          Riprendi i tuoi soldi, come hai ben detto, sono sporchi di sangue. Prima di andare devi dirmi perché Maria, perché Maria! Povera ragazza.

-          Volevo bene a Maria, ma lei era curiosa e aveva intuito che, la mia improvvisa partenza, era una fuga e mi ha ricattato. Voleva una grossa somma per tornare nella sua patria, non mi potevo fidare e poi avevo ancora un poco di veleno. La troveranno nel baule, di una vecchia auto, nel parcheggio dell’aereo porto.

 

Don Remo piange in silenzio mentre grosse lacrime scendono dai suoi occhi tristi.

Giuliano lo guarda quasi stupito nel non vedere rabbia, risentimento e impotenza nel volto del prete, ma solo pietà.

L’assassino tarda ancora alcuni attimi prima di uscire, ignaro che fuori la pattuglia della polizia, avvisata dal sensore, aspetta un ladro di Chiese, che stringe tra le mani una busta piena di soldi. 

Sarà facile al commissario Mantova, che ha trovato il corpo di Maria, intuire la verità anche senza l’aiuto di don Remo.

 

 

 

 

Il compagno.

Il compagno. - P a o l o    B a r s a n t i

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo racconto è stato premiato nel 2012 al Premio letterario Nazionale "Dall'acqua nasce l'anima" .

 

 

Il compagno.  

 

  

Mi chiamo Luca Ciarli e sono nato a Genova il 2 aprile 1261 nella Compagna del Sestiere di Palazzolo. 

Oggi il mio quartiere è chiamato Sarzano ed è una spianata quasi ovale, del centro storico di Genova, situato sopra il porto o meglio dove era quando ero bambino. 

Viveva bene la mia famiglia, anche se oggi, potrebbe apparire povera, forse la più misera che avete mai visto o immaginato.  Mio padre era fabbro e questo era un mestiere con il quale poteva sfamare la moglie, i figli e qualche parente più disperato di noi .  

 Vi domanderete perché un’anima, antica come la mia, pretende ancora di raccontare la sua storia, forse perché vago nel mare e sono leggera come tutte quelle che hanno saputo perdonare. 

 

Era il 6 agosto 1284 ed ero imbarcato su una galea che, con altre trenta, faceva parte della squadra navale genovese al comando di Benedetto Zaccaria.  Eravamo rimasti ancorati tre miglia al largo oltre lo scoglio detto della Meloria e solamente a pomeriggio inoltrato, piombati nella battaglia che si stava svolgendo di fronte alla costa pisana. Il nostro intervento tardivo, voluto dal nostro comandante, era stato decisivo per le sorti dello scontro.  In realtà si trattò di una vera e propria carneficina con oltre seimila morti da entrambe le parti e sessanta navi affondate. Io combattevo all’arma bianca, a fianco a fianco, con mio padre Noceto e due dei miei otto fratelli. Dopo aver abbordato una galea pisana, eravamo saltati a bordo del legno nemico come un’orda d’indemoniati, brandendo spade, pugnali e asce. Uccidevo senza pietà e senza rimorso com’ero stato comandato a fare. Non provavo pietà e di fronte al nemico, impotente o ferito, non conoscevo il perdono. Nel fumo e nelle urla della battaglia, qualcosa mi colpì, persi l’equilibrio e caddi in mare. 

L’acqua di agosto non era fredda, ma compresi subito che la tunica che indossavo, fatta per metà di una stoffa dura e per metà di una maglia di ferro, mi stava trascinando a fondo.  Mi liberai della pesante divisa e solo allora il dolore della ferita alla spalla arrivò al mio cervello come avessi ricevuto una martellata su una mano. Era una sensazione che conoscevo bene lavorando a bottega da mio padre ed era quello l’infortunio più frequente per un apprendista distratto. Facendomi coraggio iniziai a nuotare verso i remi della mia galea che sembravano rami sporgenti da un improbabile pianta. Rami spogli che si conficcavano in un terreno fluido e sempre in movimento .  

Sopra di me le urla dei feriti si confondevano con il sibilare dei dardi delle balestre e il fumo degli incendi sulle navi. Restai per qualche tempo abbracciato a un remo e quella mi sembrò la posizione più sicura da tenere, almeno fino a un esito più certo della battaglia. Lentamente calò il buio e la luna, velata dalle nuvole,  nascose il tremendo rumore di legni spezzati che mi fece ripiombare sott’acqua.  Nuotai con tutte le forze per riemergere a respirare ma, ogni volta che riuscivo a raggiungere la tanto sospirata aria, qualcosa mi spingeva ancora sotto. Oramai il buio e il silenzio erano calati, quasi la natura volesse cacciare il ricordo della follia scatenata dagli uomini .  

Ero solo in mezzo al mare, ferito e disperato.  Stavo per abbandonarmi al dolce cullare dell’acqua del mare, augurandomi una rapida morte, quando qualcosa o qualcuno mi colpì alla testa. Il dolore riaccese in me la volontà di lottare e girandomi sferrai un pugno al mio aggressore. Chi mi aveva colpito, non era un nemico ma una parte della chiglia di una nave, tranciata durante lo scontro, un insieme di assi di legno con forma e dimensione non ben definita.   

Con un altro sforzo e l’aiuto delle gambe, sopravanzai quella struttura, una volta che sentii sotto di me la solidità del legno, mi abbandonai su essa a corpo morto e sfinito mi addormentai .  

Il dolore, la sete, il sole o forse l’insieme di queste cose mi svegliò all’improvviso e mi ritrovai sulla mia zattera . Mi alzai in piedi e subito compresi che intorno a me, fino a dove la mia vista poteva arrivare, vi era solo mare.  La mia salvezza erano alcune assi di legno, una specie di pianale lungo forse tre metri e largo quattro. La forma di questa struttura, leggermente arcuata, faceva si che galleggiasse abbastanza bene con  il mare calmo.  Sembrava un guscio di noce al quale avevano rotto un lato e adesso galleggiava sbieco, una parte a livello dell’acqua  l’altra era alta quasi come me. Ovviamente avevo i piedi immersi nell’acqua e in questa, giaceva un grande pezzo di tela, probabilmente una vela stracciata. Fortunatamente, non sanguinavo da nessuna parte, nemmeno nella schiena, dove avevo una ferita larga ma poco profonda.  

 Il sole iniziò a farsi sentire e decisi di sollevare la tela per farne un riparo. Sotto quella stoffa giaceva il corpo di un uomo, forse un nemico. Afferrai il pugnale, che era rimasto fissato alla mia cintura, per difendermi da quell’imprevista presenza. La fissità del corpo, mezzo coperto dall’acqua, mi convinse che era solo un cadavere. Attesi qualche minuto e poi decisi di spingere, quello che sicuramente era un nemico, in mare.  Afferrandolo sotto le braccia sentii come una reazione dei suoi muscoli e compresi che era ancora vivo. 

In attesa di decidere che cosa fare, arso dalla sete, desideravo una sola cosa al mondo: acqua. 

L’uomo aprì gli occhi e come leggendo nei miei pensieri, chiese dell’acqua. Iniziò così un surreale dialogo tra di noi, superstiti di una crudele e inumana battaglia, o forse e meglio dire il mio monologo. 

-          Tu vuoi acqua? Io non ho acqua,  ma se  avessi molta acqua, anche da sprecare, non ti darei nemmeno un goccio , maledetto nemico , maledetto pisano , assassino dei miei compagni e ladro delle nostre terre . 

L’altro chiuse gli occhi e probabilmente svenne. 

-          Incredibile ! invece di chiedermi pietà, supplicarmi perché non ti uccida, perché non tagli la tua gola di ladro, vigliacco, tu mi chiedi acqua .  

Poi colpii quel corpo ferito con un calcio e sputai sul suo capo. 

-          Maledetto! Maledetto ! magari proprio tu hai ucciso mio padre o i miei fratelli, bastardo! 

Colpii ancora quello che oramai sembrava un fagotto dal quale sbucavano due gambe magre e due piedi nudi. 

Il sole era sempre più alto e i suoi raggi bruciavano come il fuoco del crogiuolo nella bottega di mio padre, quando mi avvicinavo troppo per scaldare un pezzo di ferro. 

Mi riparai sotto la tela fisso a guardare il mio nemico, nero di fumo e sporco di sangue, steso a pochi centimetri da me, lambito dall’acqua stagnante sul fondo della nostra zattera. 

Più guardavo il suo  volto e più mi sembrava familiare. 

Finalmente calò il buio ma con esso iniziai a sentire la fame nel mio stomaco e la disperazione nel mio cuore.  Avevo poche probabilità di tornare a casa e rivedere la mia amata Lucia e la mia famiglia .  

Ero certo che la corrente portasse la nostra piccola imbarcazione sempre più al largo e ben presto sarei morto di sete e di fame o, nella migliore delle ipotesi, potevamo incrociare una nave ma le probabilità che fosse genovese erano minime. Se poi fosse stata una galea pisana, mi avrebbero ucciso a vista. 

 Avevo scrutato il cielo tutto il giorno sperando di vedere una nuvola portatrice di pioggia e adesso guardavo in alto cercando di capire, dalla posizione delle stelle, quale fosse la nostra rotta .  

 La seconda notte passò e sembrò molto, molto lunga. Appena prendevo sonno, mi svegliavo d’improvviso perché mi era sembrato, o solo avevo sognato, di sentire un rumore. 

 Unici suoni erano qualche raro lamento del mio nemico o il leggero sciabordare delle onde contro il legno della zattera. Forse nel sonno, io stesso, mi lamentavo per la ferita. 

-          Taci maledetto ! lasciami dormire è inutile che ti lamenti tu sei morto e se non ti decidi a morire ti butto in acqua. Anzi prima ti taglio la gola e poi ti affogo.  

Il primo chiarore dei raggi del sole all’orizzonte, che sembrava così vicino e irraggiungibile, mi diede la forza per alzarmi e guardare se la nostra solitudine fosse stata interrotta da una presenza. Mi sarei accontentato anche del minimo segno, anche un solo volare di uccello poteva confortarmi dicendomi che la terra poi non era così lontana .  

Eravamo soli, assolutamente soli e chissà dove, in mezzo ad un mare calmo, piatto quasi da pensare di poterci camminare sopra per fuggire da quella prigione fatta di sole, sete e fame. 

-          Scommetto carogna che avrai una gran fame e sete quasi come me. Dormi ?Dormi porco o sei solo maledettamente fortunato a essere incosciente così soffri meno. Spero solo che la morte ti prenda dopo una lunga agonia, è solo per poterti vedere soffrire ancora che non ti affogo. 

Poi, accecato più dalla sete e dalla fame che dall’odio, iniziai a colpire ancora quel corpo inerme con calci fino a farmi male alle mie gambe magre e ai piedi nudi. Il nemico non reagì e per un attimo mi parve morto, allora lo esaminai più da vicino, con attenzione, forse per controllare assenza del suo respiro.  

 Era, come me, di statura media e abbastanza muscoloso, il viso ovale mi ricordava qualcuno che conoscevo, coperto da una folta barba scura, proprio come la mia, poteva essere un mercante, un nobile o forse un semplice plebeo .  

Adesso, che il sole era quello della mattina, il corpo ben illuminato mi rivelò qualcosa che non avrei mai voluto sapere. Doveva avere grossomodo la mia stessa età, nella schiena una ferita larga ma poco profonda, forse era così grave perché aveva perso molto sangue. Forse non sarebbe morto per quel taglio se fosse stato medicato ed entro un paio di giorni e avesse potuto bere .  

Poi notai sulle braccia dei segni che per me erano inconfondibili. Vecchie cicatrici di bruciature segnavano gli avambracci e i polsi, con uno strano presentimento, che lentamente mi saliva dallo stomaco vuoto e dolorante per arrivare dritto al cervello come una pugnalata, gli aprii i palmi delle mani che erano serrate a pugno. Mani piene di calli, com’erano le mie, le unghie corte, rotte e polpastrelli lisci per aver toccato troppo spesso metallo caldo. Caddi seduto sul fondo della zattera coperta da un sottile strato di sale, che aveva preso il posto dell’acqua di mare evaporata al sole, gli occhi fissi sul mio nemico. 

-          Maledetto … maledetto sei anche tu un fabbro come me. Un maledetto fabbro pisano. 

Passai il resto della giornata a pensare come viveva a Pisa quel nemico che faceva lo stesso mio mestiere. Appena calò di nuovo il buio, la ferita riprese a farmi male, allora sentii il pisano lamentarsi ancora, ma i suoi gemiti non m’infastidivano più come la notte precedente .  

Il terzo giorno mi trovò sveglio, stavo meglio e avevo voglia di muovermi. Ero pronto a scrutare, con l’aiuto della prima luce, l’orizzonte con la speranza di vedere terra o vele. Il nulla mi confermò la condanna che già ben conoscevo, sarei morto di sete o forse di pazzia se avessi bevuto l’acqua di mare. Oltre la fame e la sete, quel giorno, dovetti affrontare il terzo grande problema: la noia, madre della disperazione e sorella del dolore.   

Anche il pisano sembrava stare meglio, muoveva le gambe e teneva gli occhi aperti. 

-          Cane, guarisci ? o forse, come spero, è il miglioramento prima della morte? Maledetto sia tu e tutta la tua specie!

 Lui non rispose, si limitò a guardarmi con occhi che sembravano sempre più simili ai miei, ma il suo sguardo non era una richiesta di aiuto ma quasi sembrava una sfida .  

-          Forse tu vuoi che io ti uccida? Sciocco non ti farò mai un simile regalo , mai . Ora vedrai cosa fanno i genovesi ai loro prigionieri. 

Strappai la mia camicia e medicai la schiena del pisano come avevo visto fare molte volte da mia madre o altre donne. 

-          Così resterai vivo ancora qualche giorno e soffrirai come meriti, cane! 

Lui non disse una parola ma chiuse gli occhi scivolando ancora una volta in uno stato d’incoscienza.  

Guardandolo immobile davanti a me, mentre il tempo scorreva lento e inesorabile e i nostri corpi si disidratavano sempre di più, mi sembrò di vedermi quando anni prima, in bottega, colpito a una spalla da un ferro tagliente, era stato fasciato da mia madre. 

Saltai in piedi e con le poche forze che mi restavano ripresi a dare calci al corpo che avevo davanti. 

-          Maledetto …. Porco di un pisano sei riuscito con i tuoi occhi falsi e traditori a farmi provare pietà per te. Pietà per te che ha fatto strage dei miei compagni. 

Scoppiai a piangere, un pianto forte e scomposto ma senza lacrime perché i miei occhi oramai erano asciutti, secchi come i nostri corpi e tutto quello che mi circondava. 

Poi un riso, quasi isterico mi prese, irrefrenabile, inutile e stupido ma più liberatorio del pianto. 

-          Rido …. Rido … pisano perché stiamo morendo di sete e intorno a noi abbiamo una distesa infinita, piena zeppa, di acqua che non possiamo bere. Dimmi compagno di sventura, se questa non è una maledizione, la punizione per tutti i nostri peccati. 

Per la prima volta lo pensai come compagno e lui apri gli occhi e sorrise o così mi parve. 

 Mentre cercavo di analizzare quella reazione, udì un rumore lungo e sordo. Saltai in piedi e iniziai a muovermi per la zattera come un pazzo, andavo avanti e indietro saltellando per cercare di capire cosa fosse stato.  Portai la mano alla fronte per coprire il chiarore del sole e meglio scrutare l’orizzonte, poi un altro rumore simile al primo e le nuvole, scure ma lontane, mi confermarono che poteva essere un tuono. 

-          Un tuono è un tuono! Sentito pisano un tuono, un tuono!  Tra poco pioverà ed io potrò bere, bere a volontà e mi salverò. 

Non ricordo per quanto continuai a gioire e urlare incosciente di quanto la natura stava preparando. 

Come una specie di furia ci avvolse una nube di acqua e il mare di colpo alzò tutte le sue onde, perché voleva portarci nei suoi abissi e darci in pasto ai pesci. Il refrigerio dell’acqua gettata con una forza incredibile sulla mia pelle fu talmente intenso e breve da non dare nemmeno sollievo alla mia sete. La paura arrivò veloce e tremenda, scivolavo spinto dalla pioggia e strappato dalle onde, poi riuscii con la mano destra ad afferrare un appiglio sicuro mentre, con quella sinistra, agganciai la cintura del mio compagno.   

Improvviso, com’era arrivato, sparì il temporale, lasciando noi due, sempre più morti, su una zattera sempre meno galleggiante. 

Il sole era tornato subito a bruciare tutto. Il pisano mi guardava e questa volta compresi bene la riconoscenza che voleva trasmettermi e per questo voltai la testa e pensai se adesso l’acqua sul fondo della zattera si potesse bere. Poi lo senti muovere e vidi che con le mani cercava di bere l’acqua che io stesso pensavo di bere. 

-          Fermo! Fermati … vuoi davvero diventare pazzo? No caro mio ho fatto troppa fatica per non lasciarti affogare e adesso voglio che tu viva. 

Afferrando i suoi polsi, mi accorsi del dolore lancinante che proveniva dalla mia coscia destra .  

Mentre resistevo aggrappato al legno, una grossa scheggia si era conficcata nella mia carne in profondità. 

Sanguinavo molto e compresi subito che se avessi cercato di toglierla avrei certamente peggiorato l'emorragia. 

-          Ecco ora siamo davvero compagni di sventura, moriremo entrambi dissanguati e di sete. 

Con un pezzo di corda legato alla vecchia tela rimasta impigliata nel legno, nonostante il temporale, strinsi forte la coscia appena sopra la ferita e poi lentamente tolsi la scheggia. Il male fu tremendo ma fortunatamente riuscì a tamponare il sangue .  

Esausto e sempre meno cosciente, vidi sorgere l’alba del settimo giorno del nostro naufragio. 

Mi sentivo stanchissimo e facevo fatica a muovermi, poi vidi il sangue che era uscito copioso durante la notte dalla mia coscia.  Il pisano era steso vicino a me e anche la sua ferita aveva ripreso a sanguinare.  

Stavamo morendo ma l’ultimo momento di lucidità mi concesse di rivedere il viso di Lucia e sentire le sue risate leggere.  

Poi mi girai verso il mio compagno. 

-          Perdonami nemico mio.  Io ho perdonato tutti i miei nemici. 

 

Dopo poche ore la galea, con la vela segnata dalla croce di Genova, incrociò la zattera.

 Trovarono solo un corpo, il mio, l’altra presenza, la mia anima, rimase nel mare libera e leggera perché aveva perdonato se stessa e il suo nemico.

 

 

 

 

 

 

 

 

La Busta

La Busta - P a o l o    B a r s a n t i

 

Questo racconto è stato premiato al Premio Letterario Internazionale Marchesato di Ceva edizione 2019 e

al XXVI Concorso Letterario Internazionale “Città di Ancona”. 

 

Adesso torno a casa e parlo con mia moglie.

Cara, oggi è andato tutto bene al lavoro,  sono entrato puntuale un minuto prima delle otto. Ho lavorato di buona lena e in armonia con i compagni, breve pausa caffè alle dieci , solo un paio di minuti. Poi il pranzo alla mensa, ho mangiato solo un primo e la frutta.  Tu ben sai che la mensa aziendale non è famosa per le sue porzioni abbondanti.  Sono rientrato al mio posto di lavoro con dieci minuti di anticipo e poi giù a lavorare a testa bassa fino alle 17 . Il suono della sirena mi ha colto quasi di sorpresa, non credevo fosse già passato tutto quel tempo.

Poi di corsa agli spogliatoi e prima di timbrare il cartellino, un breve saluto al capo reparto che, contrariamente al solito, mi ha bloccato e gentilmente, ma con decisione, mi ha portato nell’ufficio del capo del personale. Questi, il dottor Castiglione, con estrema educazione e con l’eleganza che lo distingue, mi ha messo in mano una bella busta nuova che portava stampato il logo dell’azienda.  Su sua gentile ma ferma richiesta, ho aperto la busta e letto, il foglio che conteneva, con attenzione. Erano entrambi veramente dispiaciuti della mia reazione , naturalmente una reazione composta ed elegante come l’ufficio e le persone richiedevano.

Adesso però, mia cara, sono un poco stanco e gradirei sedermi qualche minuto in poltrona prima di mangiare la solita squisita cena che mi prepari con amore e devozione tutte le sante sere.

Come dici ? Vuoi sapere cosa era scritto nella lettera?  Nulla! Nulla d’importante.

Se senti suonare alla porta apri tranquilla, dovrebbero essere i carabinieri che cercano un assassino.

Una TV locale qualche ora dopo.

Un incredibile fatto di sangue ha scosso la nostra cittadina, oggi nel pomeriggio un operaio di cinquantadue anni, Mario Poroni, sposato e padre di due figli, dalla condotta irreprensibile, ha ucciso Giovanni Caviglione, capo del personale dell’azienda dove lavorava.

Sembra che il motivo scatenante, per l’orribile delitto, sia stata una busta contenente una lettera.

La vittima, dall’apparente età di più di trent’anni, viveva nella nostra città da poco tempo, insieme all’anziana mamma gravemente malata.

 

Un testimone oculare, un capo reparto, ha così commentato a caldo i fatti:

-          Non posso ancora crederci!  Mario era calmo dopo aver letto la lettera di licenziamento, sembrava aver reagito come tutti gli altri suoi colleghi che avevano ricevuto la stessa busta. Invece, improvvisamente, ha afferrato un posacenere di marmo dalla scrivania e ha colpito molte volte alla testa la vittima. Sono rimasto letteralmente impietrito dalla reazione di Mario, ho reagito solo quando il Poroni si era già allontanato.

Il nostro inviato sul posto ha raccolto commenti e testimonianze di alcuni compagni di lavoro dell’assassino.

-          Operario1 -Ha fatto bene! Non doveva ammazzare il capo del personale ma il padrone, che licenzia tutti e apre una fabbrica in Romania.

-          Impiegato1- Comprendo bene la reazione di Mario, anch’io ho ricevuto quella lettera. Forse lui ha avuto il coraggio che io non ho avuto.

-          Operaio2 - Sbagliato! Ha sbagliato non si uccide nessuno! Mario doveva bruciare la villa del padrone, la barca e alla sua Ferrari nuova.

-          Operario3 - Non avrei mai creduto capace il Mario di compiere un delitto. Poverino mi dispiace per lui e soprattutto per la sua famiglia. Un buon marito e ottimo padre.

-          Impiegato2 - Non voglio commentare, sarà la magistratura che, come sempre, dopo molti anni non farà assolutamente chiarezza in merito ai fatti.

-          Operaia - La moglie poverina, penso alla moglie che era stata licenziata anche lei, sei mesi passati  e ora si trova sola, senza marito e senza soldi.

-          Operaio 4 - Non si giustifica mai un delitto! Comprendo la sua situazione, difficile, molto difficile, alla sua età non è facile trovare un altro lavoro, le fabbriche chiudono una dopo l’altra. Bisogna fare qualcosa per fermare tutto questo.

-          Operaio 5 - Dici bene tu, che non sei stato ancora licenziato, poi come pensi di fermare la cosa?

-          Operaio2 – Facile, prima di licenziare gli operai portiamo via ai padroni, soldi, ville, barche e auto.

-          Un sacerdote operaio -Solo il Signore può giudicare, condannare e togliere la vita. Noi, poveri umani, possiamo solo attenerci alla sua volontà. Sono vicino alla famiglia della vittima. Per quanto riguarda Mario è un bravo cristiano e sono certo che è già sinceramente pentito dell’atto commesso.

Notizia appena giunta in redazione: i carabinieri hanno arrestato l’assassino Manlio Poroni, di anni settantacinque, che si era nascosto nel salotto della sua abitazione e pare non abbia opposto resistenza. Dicono possedesse, custodita in cucina, un’arma da taglio, sembra, regolarmente denunciata.

Riceviamo adesso un comunicato ufficiale dell’ufficio stampa della fabbrica: “A fronte di quanto accaduto la proprietà ha deciso di sospendere e in parte annullare, i licenziamenti”.

Alla luce di questa nuova notizia, preghiamo il nostro inviato sul posto di raccogliere nuove testimonianze.

-          Operaio 1 - Bravo il padrone! Ha fatto bene, lo dicevo che è una brava persona.

-          Impiegato1- Mario ha avuto fretta. Come vedete le cose si risolvono per il meglio.

-          Operaio2 - Si vede che la proprietà non pensa solo agli utili ma anche alle maestranze.

-          Operaio3 – Sapevo che il Mario era una testa calda, anche in famiglia dicono fosse violento.

-          Impiegato2 - Ora è tutto in mano ai giudici che certamente sapranno al più presto arrivare a una giusta condanna.

-          Operaia- Lo condanneranno a una lunga pena, così forse anche la moglie potrà farsi una nuova vita.

-          Operaio4 - Mario doveva aspettare e aver fede, come vedete non tutte le fabbriche, chiudono.

-          Operaio2 – Parole sante.

-          Operaio4 - Ovviamente i padroni devono fare i loro interessi che poi coincidono anche con i nostri.

-          Il sacerdote – Uccidere è un peccato capitale! Un particolare ringraziamento al titolare della fabbrica, che guidato dal Signore, ha trovato la giusta via.

Un aggiornamento di agenzia: I militi dell’arma, poco prima delle diciotto, non era passata nemmeno un’ora dall’omicidio, dopo un rocambolesco inseguimento, che ha coinvolto passanti e auto, hanno arrestato l’omicida, Gualtiero Poroni, intercettato mentre, dopo molte ore di viaggio, tentava di raggiungere il confine di stato che dista solo seicento chilometri. Non si segnalano feriti o danni a cose.

 

 

Passati alcuni giorni.

Cronaca locale: Oggi il primo interrogatorio dell’omicida presso le carceri cittadine, si occupa del caso il magistrato dottor Alfonso Parziale, già noto per aver condotto molte indagini in merito allo scandalo dello smaltimento dei rifiuti cittadini, dei presunti abusi su minori presso l’asilo comunale, scelto dal procuratore perché con le competenze più affini al fatto. Il magistrato ha subito disposto il sequestro del computer del Poroni.

Secondo alcune indiscrezioni sembra che il GIP sia stato coscritto dell’imputato nell’arma degli Alpini.

Domani nella pagina finanziaria del nostro quotidiano potrete leggere la testimonianza di due ex commilitoni di Poroni e Parziale.

 

Notizia di agenzia: l’inchiesta probabilmente sarà trasferita al capoluogo di provincia perché di loro competenza, infatti, la vittima era ancora lì residente, anche se da oltre venti anni viveva nella nostra cittadina con la nuova compagna e sei figli che lei aveva avuto dal primo marito.

Ieri sera durante la famosa trasmissione televisiva di culinaria culturale, grazie alle geniali deduzioni del noto criminologo, ospite fisso del programma, è emerso quanti e quali siano le similitudini dell’assassino della busta con gli efferati delitti del mostro di Firenze.

Secondo una persona, vicina agli ambienti del Vaticano, il Poroni è cugino in seconda della cognata dello zio di Matteo Poroni, candidato, del partito al governo, alle prossime elezioni  regionali.

 

Passate alcune settimane.

L’eco del brutale assassinio non si è ancora placato e per dovere di cronaca, dobbiamo riportare quanto ci scrive, via Twitter, l’onorevole Matteo Poroni: “ Sono figlio unico, come lo erano i miei genitori, quindi non ho nessuno zio e il mio cognome è Pieroni, non Poroni”.

Prendiamo per buona la dichiarazione, ovviamente sarà premura della redazione verificare queste affermazioni.

 

Dall’analisi, da parte degli esperti della procura, dal computer di Marco Poroni sarebbe emersa la premeditazione, in quanto, alcune settimane prima l’operaio aveva negato l’amicizia, su facebook, alla vittima.

 

Il famoso giornalista Marco Sofferenza ha visitato in carcere Poroni ottenendo così un’intervista esclusiva. Riportiamo, di questa conversazione, alcuni stralci più indicativi: Il detenuto, peraltro modello, è sereno, rispettoso della disciplina carceraria e fiducioso nella magistratura. Impiega il suo tempo a scrivere un libro di ricette di cucina, intitolato “La busta in tavola”, alla pubblicazione del quale si sono dichiarati interessati diversi editori di fama nazionale e internazionale.

Solo adesso ci confermano che il giudice Adolfo Parziale passa la mano al suo collega del capoluogo  di provincia, in quanto, il difensore di Mario Poroni ha ricusato il suddetto, Alfonso Pascale, perché avrebbe espresso, in un’intervista, un giudizio negativo in merito al servizio di leva dell’imputato.

Indiscrezioni rivelano che la nuova tesi difensiva dell’omicida, non presunto ma reo confesso, si basa sul fatto che Matteo Poroni si dichiara innocente.

 

 

Ultima notizia di agenzia: l’onorevole Manicotti, già noto alle cronache per le molte battaglie sostenute in favore dell’istituzione della nuova “Regione orobica”, presenta un disegno di legge per eliminare le buste in caso di lettera di licenziamento in quanto, questo tipo di confezione, è già bandito in alcuni stati dell’Ue, perché ritenuta pericolosa per la salute.

Alcuni illustri portavoce dei principali partiti politici sostengono che, tale disegno di legge, sarà approvato velocemente e con l’appoggio delle opposizioni.

Voci non confermate, ma bene informate, affermano che per Mario Poroni si attende la sentenza di primo grado già per la fine del prossimo anno.

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